MILANO DISCORSO SULLA CREATIVITA’

Mi piace passeggiare nella città di Milano, vuota, silenziosa, senza troppo rumore, l’aria è stranamente pulita.

Mi sembra veramente affascinante, finalmente un luogo dove ancora è possibile pensare camminando. Sembra diversa dalla città che fino a poche settimane fa era Milano.
Il centro è un luogo per turisti, mentre coloro che vivono nella città progressivamente come in tutte le metropoli del mondo vengono espulsi, spinti nelle periferie, perché la cerchia storica è divenuta
un grande centro commerciale, costituito da ristoranti, bar, movida, negozi di moda, un sistema di estasi visiva e gustativa, di eccellenza del Made in Italy, dove il turista si diverte e spende denaro,
portando ricchezza all’indotto. Questo periodo, in cui il virus ha provocato il rientro di molti turisti nel loro paese e tenuto gli Italiani chiusi nelle proprie case, senza occasione di divertimenti dispendiosi, ha creato panico tra molti economisti, che vivono, questo momento come la peggiore disgrazia dell’umanità.

Possiamo pensare positivamente? Che questo evento tragico sia anche un’occasione per restituire un’identità ad una città come Milano, costituita da tante differenze?

Come nella natura si parla di biodiversità, così i diversi linguaggi e le differenti tradizioni delle varie culture, che abitano nella città, contribuiscono alla crescita di un organismo (la città) sempre più complesso. Nel mondo della creatività esiste lo stesso principio, quando però l’humus creativo, caratterizzato da piccole realtà imprenditoriali, viene sopraffatto da brand forti commercialmente, che ne assorbono il potenziale a proprio vantaggio, il microsistema non può svilupparsi per crescere e portare rinnovamento. Come nella legge di natura vince il più forte, così nel mondo economico è vale lo stesso principio, perché
le realtà forti commercialmente, garantiscono benessere al sistema e al paese. E, l’economia per vizio di arroganza, non tiene conto dell’impoverimento del bacino creativo, alimento della cultura e
del manifestarsi del pensiero critico, bacino produttore di cambiamenti della società. Difatti queste riflessioni non riguardano gli economisti che, oggi purtroppo hanno un sovraccarico di
responsabilità, di cui non sono competenti, a causa della debolezza del sistema politico.

Oggi si naviga a vista e non si riesce a pensare e a disegnare il futuro della società.

Milano è sempre stata una città diversa dal resto d’Italia dai tempi dei Visconti e della costruzione dell’opera del Duomo nel XIV secolo, dove lavoravano maestranze europee. Per questa sua anima
europeista, a differenza del resto d’Italia, Milano ha pagato un prezzo molto alto, come del resto avviene ancora oggi con il Covid – 19.
La generosità di Milano ha un buon connubio con il commercio. E fin qui non c’è nulla di male, è un intelligenza applicata, che produce benessere, ma il limite è forse quello di accontentarsi delle
cose che funzionano e, non andare oltre. L’accontentarsi del turismo, del benessere, dell’ essere capitale della moda, ha portato la città ad un clima di superficialità è ad una perdita di anima, sulla
quale è bene riflettere. Il sociologo Francesco Morace parla di : “Crescita Felice”. Penso che sia giunto il momento che la creatività si riappropri dei propri spazi di progetto, per proposte alternative che possano garantire uno sviluppo sostenibile e aprire un dibattito sui temi attuali. L’economia non può dettare legge sul progetto ma accompagnarlo per una crescita che tenga conto della complessità, non si può crescere trasformando una città come Milano in un luogo privo di riflessione, centrata sul benessere materiale, e cito a questo proposito la famosa frase coniata e divenuta famosa per la pubblicità di un
amaro negli anni 80’: ”La Milano da bere”. Trovo che l’espressione sia più consona a comprendere la realtà attuale e non quella degli anni 80’ dove la creatività aveva libero accesso e libera
diffusione e non passava attraverso il marketing, divenuto oggi l’unica fonte di ispirazione di molti creativi e designers, perciò pubblicati nelle riviste di design il cui obiettivo non è più quello
dell’informazione ma la vendita che garantisca l’esistenza stessa della rivista.